La dipendenza femminile dall'uomo

Nonostante abbia dedicato in tutti i miei scritti (a partire dall'esperienza di Paola ne La politica del Super-Io al capitolo Lui di Star male di testa), una grande attenzione al problema della dipendenza femminile dall'uomo, i commenti, la richiesta di delucidazioni e le critiche raccolte da parte di pazienti, ex-pazienti e lettori, m'inducono a pensare che il problema, di per sé complesso, non risulti ancora chiaro, almeno nei limiti in cui ciò è possibile. L'intento di questa nota è di colmare qualche lacuna presente negli scritti.

1.

Parlare della dipendenza femminile come un problema fa riferimento al numero straordinario di esperienze nelle quali essa si configura come tale. Tale numero comprende: quelle caratterizzate da un bisogno intenso di relazione che non trova mai modo di realizzarsi nonostante ripetuti tentativi, e il cui scacco è vissuto come un fallimento che toglie senso alla vita; le esperienze sottese, in presenza di una relazione stabile, da una diffidenza e/o un'angoscia dell'abbandono perpetue che non hanno un fondamento oggettivo; quelle contrassegnate da un senso di soffocamento che gravita verso la risoluzione del rapporto (impossibile da realizzare per via dell'angoscia della solitudine e del vuoto cosmico); quelle caratterizzate da un atteggiamento possessivo, esattivo o più o meno intensamente conflittuale, oggettivamente poco giustificato dalla qualità del rapporto, che sembra orientato a demotivare il partner e a costringerlo ad allontanarsi; quelle, infine, che, in seguito alla risoluzione del rapporto decisa univocamente dal partner, precipitano in un gorgo di disperazione e di angoscia.

Tra queste diverse esperienze il fattore comune, che non è quasi mai presente alla coscienza dei soggetti, è la dipendenza "patologica" che comporta, nel primo caso, il rifiuto inconscio della relazione; nel secondo, un malessere perpetuo associato allo stare in relazione; nel terzo, una strategia orientata a recuperare la libertà; nel quarto, infine, lo smascheramento dell'assetto dipendente della personalità. In che senso, però, essendo in gioco una relazione significativa, è lecito parlare di una dipendenza "patologica"?

L'essere umano ha un bisogno naturale di relazionarsi socialmente, e questo bisogno è caratterizzato anche dal protendersi verso la realizzazione di un rapporto duale significativo e intimo psicofisicamente. Questo significa che la socialità in senso lato e l'affettività in senso specifico implicano una "naturale" dipendenza della soggettività dallo stato delle relazioni. Che cosa permette di distinguere questa dipendenza dalla dipendenza "patologica"?

La distinzione che, sulla carta appare altamente problematica, è invece abbastanza semplice. La dipendenza naturale ha due diversi aspetti. In assenza di un rapporto duale, per quanto il bisogno affettivo sia intenso, essa può dare luogo alla percezione di qualcosa che manca nella vita, ma non ad un'angoscia estrema. In presenza di un rapporto, essa è l'espressione nello stesso tempo della sua storia e della sua qualità. E' evidente che se un rapporto dura 5, 10, 20 anni le esperienze soggettive si intrecciano: l'altro, in una certa misura, viene a fare parte dell'io. Anche in questo caso, però, se il rapporto viene meno, il dolore è vivo, ma. smaltito il lutto, non impedisce di riorganizzarsi e di riprendere a vivere.

La dipendenza affettiva naturale, insomma, non è un problema perché essa implica una struttura di personalità il cui legame con la vita e con il mondo esterno riconosce una totalità di interessi, di passioni, di ruoli, di rapporti tra i quali la relazione duale ha un'importanza senz'altro rilevante ma non assoluta.

La dipendenza diventa "patologica" allorché: la persistenza o la temuta (reale o meno che sia) risoluzione del rapporto con il partner diventa questione di vita o di morte; la persistenza è vissuta come assolutamente necessaria indipendentemente dalla qualità della relazione; e esso diventa l'unico legame significativo con la realtà esterna, da cui il soggetto trae conferme e senso. Queste circostanze fanno capire che la dipendenza "patologica" di fatto ha una forte componente simbolica, nel senso che essa investe la relazione e l'altro di un significato improprio: la relazione, anziché un arricchimento dell'esperienza personale, diventa una protesi dell'identità; l'altro acquista un potere e una forza, che solo di rado corrisponde alla sua reale personalità, condividere la quale è vitale.

Sul piano fenomenologico, dunque, la dipendenza patologica implica un vissuto dell'io di inadeguatezza, incompletezza, mancanza ad essere che solo il rapporto con l'altro consente di compensare. Il carattere complementare della relazione duale rispetto all'identità dell'io rivela, dunque, il carattere patologico o simbolico della dipendenza.

Dato che la complementarietà viene vissuta dai soggetti femminili come un'espressione naturale del bisogno affettivo, non c'è da sorprendersi se essi spesso negano o non hanno coscienza del problema.

2.

In effetti, la complementarietà, per cui la relazione privilegiata con l'altro è una protesi indispensabile dell'io, non è la matrice ultima della dipendenza patologica. Si danno, in effetti, a livello femminile come a livello maschile, numerose personalità che sono di fatto dipendenti dalla persistenza di un rapporto affettivo al punto che un'eventuale perdita del partner può provocare facilmente uno smottamento ansioso o depressivo dell'equilibrio psicologico. Solo apparentemente la dipendenza patologica appartiene a questo insieme. Primo, perché un numero rilevante di donne che ne sono affette manifestano per tanti altri aspetti tratti di personalità forti e autonomi: solo quando entrano o stanno in relazione con l'uomo, la loro identità sembra andare incontro ad una regressione. Secondo, perché, nonostante i soggetti esprimono e alimentano la loro dipendenza come un bisogno primario, i loro vissuti e i loro comportamenti attestano che essa è radicalmente rifiutata.

Se il primo aspetto, sottolineato dal fatto che spesso il partner maschile ha una personalità meno forte e autonoma, è già sorprendente, perché i soggetti femminili non si rendono minimamente conto di questo scarto, il secondo lo è ancora di più perché i livelli di coscienza lo rimuovono totalmente privilegiando e ingombrandosi con un bisogno di relazione che assume un carattere totalizzante e ossessivo. Pure esso è comprovato da tre indizi poco equivocabili: l'aggrappamento asfissiante al partner, la tendenza a metterlo continuamente alla prova diffidando dei suoi sentimenti, la tendenza, infine, a fare periodicamente scenate, a litigare, ad insultare, ad aggredire.

Naturalmente, l'aggrappamento è motivato coscientemente da un bisogno esasperato di contatto e di conferme; la tendenza a mettere alla prova il partner dal fatto che egli non si comporta mai come sarebbe necessario per rassicurare e placare la diffidenza; l'aggressività dagli errori imperdonabili che egli commette (ritardando alcuni minuti una telefonata o un appuntamento, rivendicando la libertà di passare una serata con gli amici, dedicandosi troppo al lavoro, ecc.).

In realtà, tutt'e tre le strategie sono maledettamente efficaci nel demotivare il partner (se già non lo è), nel farlo sentire intrappolato, nel porlo di fronte ad esigenze cui non riesce mai a rispondere adeguatamente e, infine, nel rivelare un assetto di personalità più o meno profondamente squilibrato, che oscilla tra la tenerezza e la rabbia inconsulta.

La conseguenza più frequente di queste strategie è la temutissima perdita del rapporto. Se il partner la minaccia, la donna di solito lo scongiura di non farlo, riconosce il suo essere possessiva e rabbiosa (per amore), chiede scusa per i suoi errori e promette di cambiare. Rimandata la risoluzione del rapporto, di fatto, tutto ricomincia come prima. Se il partner di fatto si allontana, egli viene perseguitato in ogni modo, con le buone e con le cattive, perché rientri in relazione. Nei casi in cui non cede, viene odiato per la sua crudeltà.

Preso atto della perdita del rapporto, insorge l'angoscia da solitudine e la necessità di trovare un nuovo partner.

Solo raramente, il rifiuto della dipendenza è percepito coscientemente. In questi casi, la donna vive ugualmente aggrappata all'uomo e adotta le stesse strategie di cui si è parlato. Essa però registra una crescente insofferenza nei confronti del partner, e, alla fine, giunge ad ammettere che, se stando senza relazione sta male, stando in relazione si sente soffocare.

3.

I problemi da risolvere per interpretare la dipendenza patologica femminile sono due. Il primo sta nel capire come essa si origina; il secondo, nel capire perché essa è malvissuta e rifiutata. Per arrivare a rispondere occorre un po' generalizzare il discorso per non entrare in troppi dettagli di ordine biografico e psicodinamico. In questo caso, il gioco vale la candela.

La dipendenza, come si è accennato, non è quasi mai l'espressione di una personalità immatura e non autonoma. Ciò che sorprende di fatto è che molte donne che, stando in relazione, manifestano una forma d'infantilismo totale, in molte altre situazioni di vita, legate allo studio, al lavoro o alle amicizie, se la cavano più che bene. Freud ha sostenuto che la relazione con il partner maschile e le sue vicissitudini rappresentano una riedizione del rapporto con la figura paterna, e in particolare del rapporto inconscio con il padre. Di fatto spesso, nel corso delle terapie, si ricostruisce un rapporto difficile con il padre per molteplici aspetti. Talora questi è iperprotettivo, possessivo e geloso; talaltra inconsciamente seduttivo (fino al punto di indurre l'Edipo); talaltra ancora è freddo e distaccato; talaltra infine tradizionalista, conservatore e prepotente nei confronti della moglie e delle figlie. Come si determina, a partire da queste diverse situazioni, la dipendenza patologica? Di solito, essa si configura come una condanna inconscia che fa riferimento a rabbie intense nutrite nei confronti del padre. La colpevolizzazione di queste rabbie, che originariamente segnalavano l'esigenza di sciogliere il rapporto patologico o frustrante con il padre, fa scattare di fatto una punizione stereotipica, in conseguenza della quale se il soggetto vuole scampare alla solitudine infinita deve accettare di subordinarsi all'uomo: deve accettare insomma di dipendere.

Questa dinamica è oltremodo frequente nei casi in cui una donna che ha alle spalle un rapporto conflittuale con un padre freddo e distaccato o autoritario e prepotente opera sistematicamente, senza rendersene conto, delle scelte di rapporto che la pongono di nuovo nella situazione originariamente odiata, e che essa deve subire masochisticamente.

Apro a riguardo una breve parentesi. Che la scelta del partner sia in genere una scelta tipologica, nel senso di essere orientata dai bisogni profondi del soggetto, è fuori di discussione: vale pressoché per ogni scelta relazionale. Quando i bisogni profondi del soggetto sono conflittuali, vale a dire sottesi da un bisogno inconscio di riparazione e/o di punizione, il criterio di cui si è parlato si realizza infallibilmente. Com'è possibile - si chiedono i soggetti che ne prendono coscienza - se l'incontro è stato casuale e se il partner d'acchito sembrava ben diverso da quello che poi è risultato frequentandolo? La domanda legittima porta in luce un aspetto psicologico che mi sembra non sia stato sinora valorizzato.Occorre ammettere, sulla base dei fatti, che nell'interazione anche casuale tra persone si realizzino, a livello del tutto inconscio, percezioni molto profonde del modo di essere dell'altro: una sorta di radiografia che coglie, insomma, la struttura della personalità. Il fatto che la coscienza non abbia alcuna percezione di questo aspetto, nulla toglie al fatto che esso esiste. Se non ammettessimo questi, certi "ingranamenti" conflittuali, che si realizzano fatalmente, apparirebbero incomprensibili.

Ponendosi la dipendenza come una condanna, non c'è da sorprendersi che essa sia inconsciamente rifiutata. Ma in nome di cosa, se non di un bisogno irrinunciabile d'indipendenza?

Molte donne dipendenti che avvertono il bisogno di relazione come un bisogno primario hanno una straordinaria difficoltà a prendere coscienza del fatto che i loro stessi comportamenti, orientati sistematicamente alla risoluzione del rapporto, attestano una rivendicazione viscerale d'indipendenza. Ma che significa infine l'indipendenza? Né più né meno, come ho accennato, uno statuto di personalità che ha un centro di gravità interno e il cui equilibrio riposa non su di una relazione privilegiata con un partner maschile, bensì con un insieme di relazioni con il mondo (dalla relazione con sé alla frequentazione amicale, dalla coltivazione di interessi all'impegno lavorativo, dalla passione culturale a quella politica, ecc.) sufficientemente appagante.Nel contesto di una personalità siffatta, la relazione con il partner si configura come un arricchimento, come la possibilità di condividere un'esperienza intima, come una crescita, ma mai come una ragione di vita o di morte.

Ora la condanna a dipendere non solo spazza via quell'insieme di relazioni con il mondo, se già si danno, ma spesso polarizza l'esperienza del soggetto univocamente sul registro della relazione con il partner che, in conseguenza di questo, diventa ossessivo.

Molte donne dipendenti dicono: che senso ha la vita la mia vita se non riesco ad avere una relazione significativa con un uomo, a mettere su famiglia e ad avere dei figli?Non si rendono conto, con ciò, di esprimere nello stesso tempo dei bisogni autentici e i motivi per cui quei bisogni, in quanto rifiutati, non possono realizzarsi.

4.

A questo punto, il piano psicologico va sormontato in nome di un approccio storico e culturale al problema. Secolarmente, la donna è stata socialmente qualificata ed indotta a viversi come un essere naturalmente dipendente, la cui esistenza prendeva senso dal vivere in funzione dell'uomo. Questo condizionamento di antica data vive ancora, evidentemente, nell'inconscio femminile e si traduce in una condanna allorché il primo rapporto di subordinazione all'uomo, quello con il padre, viene consciamente o inconsciamente attaccato. Questo conflitto non è sempre riconducibile al padre reale, tranne i casi in cui esso è di fatto conservatore e autoritario, ma a ciò che egli rappresenta, e che spesso si esprime nei privilegi che egli ha rispetto alla moglie. In conseguenza di questo, il conflitto, il cui oggetto è la tradizione culturale, si può realizzare anche laddove il padre è debole e dipendente mentre la madre forte e autoritaria. Anche in questo caso, infatti, il padre gode comunque di privilegi immeritati: per esempio si mette e tavola e si fa servire.

Non ci vuole molto a capire che la naturale dipendenza della donna è un mito culturale creato per occultare il fatto che l'uomo è egli stesso un essere dipendente dalla donna: archetipicamente perché nel suo immaginario ha sempre un certo peso la Grande Madre; culturalmente perché allevato, protetto e curato da una madre reale spesso non acquisisce le competenze primarie (accudire se stesso, spicciare casa, cucinare, lavare e stirare i panni, ecc.) necessarie per non dipendere da una figura femminile. Quel mito però funziona. La dipendenza maschile è mascherata da quella femminile.

Il rifiuto implicito nella dipendenza patologica femminile è una forma di protesta contro la tradizione, la definizione della donna come essere che vive in funzione dell'uomo, dell'interdetto di raggiungere uno statuto d'indipendenza.

Se questo è vero, la domanda di cura che sempre più spesso affiora dall'universo femminile, e che quasi sempre s'incentra sul problema della relazione con l'uomo, è giusto che sia accolta a livello terapeutico. Ma sarebbe ancora meglio se essa non venisse decifrata come una domanda che fa capo a vicissitudini meramente private, ma venisse colta anche nelle due valenze psicosociologiche, culturali e ideologiche.

Giugno 2003